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giovedì 7 aprile 2011

Dopo gli scontri del 23 marzo, adesso parla CasaPound Palermo


Noi che costruiamo sulle macerie del vostro odio
Ora che le piantine gettate a terra sono state rimesse al loro posto, ora che gli spiriti informi dei centri sociali hanno avuto modo di sfogarsi in quel teatrino delle miserie che è riuscito a schifare la città intera, ora parliamo noi, che di sentirci raccontare o definire solo per giustificare il male oscuro che intossica la nostra nazione, l’antifascismo, non ne possiamo più.
Chi non ci conosce è perchè davvero non ci ha mai visti di presenza, non ha mai scambiato due parole in serenità e purtroppo, per questo, si ritrova ad essere vittima della propaganda incessante di chi ci odia per il solo fatto di esistere, perchè ha paura che le nostre idee ancora valide nel terzo millennio possano tornare ad essere l’unica vera alternativa al capitalismo e ad una visione del mondo che ci vuole tutti tristemente soli, egoisti, codardi, materialisti, bugiardi per necessità, servili verso il padrone di turno…brutti dentro e fuori all’ennesima potenza. Il punto è proprio questo, CasaPound e i suoi militanti hanno dichiarato guerra al degrado che li circonda, che sia un’ingiustizia subita dalla nostra gente, un monumento ai nostri padri rovinato dall’incuria o il marcio di chi giorno per giorno tenta di spingerli verso il basso, verso gli istinti bestiali, verso cioè una condizione dell’animo non più prettamente umana.
Bene, vi suonerà strano, ma più veniamo a conoscenza delle bugie che raccontano su di noi e più sorridiamo. E’ ogni volta una conferma, una sottolineatura evidente che siamo fatti di una pasta completamente diversa. Altro che “uguali”! Rivendichiamo fieramente la superiorità del nostro spirito solare, solidarista, interventista, il nostro sentirci fratelli in trincea, sempre pronti a sfidare il Golia di turno per il solo gusto di provare a far sentire il male non inarrestabile, almeno per una volta nella nostra breve esistenza terrena. Tutto ciò che facciamo è tutto ciò che siamo. Il nostro stile è la nostra essenza, non la maschera di un’ennesima farsa da recitare in un mondo fondato sull’apparenza, sullo spettacolo che fa audience oppure deve chiudere i battenti.
E sarà che tra le nostre quattro mura fredde che teniamo in piedi con misere collette di studenti e di lavoratori che hanno già una famiglia da mantenere, preferiamo riempirci la testa a vicenda su quanto possa essere bello essere Esempio per chi ci sta accanto, un riferimento morale forte e valido; sarà che ogni volta che apriamo la saracinesca che ci hanno distrutto insieme alla macchina del falegname della bottega accanto, la gente del posto passa a salutarci e i bambini della strada vengono a giocare da noi disegnando con i colori che gli mettiamo a disposizione; sarà che forse, dopotutto, adesso non ci importa più di venire aggrediti la notte da decine di antifascisti armati di tutto punto, che tanto ormai abbiamo già vinto perchè noi, non io o l’altro camerata, ma “noi”,
abbiamo un destino da compiere mentre loro hanno solo questo: il bisogno insensato di ostacolare a tutti i costi il destino altrui. Come in una specie di maledizione ancestrale a cui i nostri nonni li hanno condannati avvolgendo se stessi in un sudario di fuoco per offrire ancor di più di un sacrificio estremo.

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